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La società precaria: perchè aumentano ansia e attacchi di panico

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Dott. Francesco Pinto

Per illustrare al meglio ciò che leggerete in questo articolo, inizio con un esempio: immaginate un ragno che ha costruito la sua ragnatela e si muove in essa.

Uno stato di ansia è uno stato di eccessiva preoccupazione, uno stato di allerta, in cui l’oggetto che suscita la preoccupazione non è definito, la persona non avverte paura per qualcosa di concreto, ma il più delle volte non riesce a definire per cosa.

Nell’esempio del ragno, la sensazione è la paura che  la ragnatela possa crollare da un momento all’altro.

Nell’attacco di panico la persona sente la perdita di contatto con ciò che lo circonda, con le relazioni.

Nell’esempio del ragno e della ragnatela, è come se si avesse la sensazione che sotto di sé  la ragnatela stia crollando.

Nelle fobie accade che, per una migliore “gestione” dell’ansia da parte della persona, questa venga incanalata verso un oggetto che diviene la fonte di pericolo. La strategia adottata per fronteggiare questo vissuto è, appunto, l’evitamento delle situazioni o degli oggetti che creano ansia.

La fobia può essere legata ad una situazione (ad esempio, nell’agorafobia, la persona evita gli spazi aperti), oppure ciò la paura è esagerata e non commisurata al pericolo reale (come nel caso dell’aracnofobia, la paura dei ragni). Oggi, noi psicoterapeuti riscontriamo un aumento dei disturbi d’ansia (ansia generalizzata, attacchi di panico, fobie). C’è un’ipotesi per questo incremento.

Il grande pensatore Zygmunt Bauman definisce la vita di oggi “liquida“, vissuta in condizini di continua incertezza, con la paura di rimanere indietro, in un contesto in cui i legami, le relazioni, sia dal punto di vista lavorativo che affettivo, vengono a mancare.

Oggi viviamo all’insegna dell’incertezza: mentre per le generazioni precedenti c’erano certezze stabili: i nostri padri, i nostri nonni avevano un lavoro, e sapevano che sarebbe stato quello per tutta la vita, oggi il lavoro “sicuro” non esiste più. Oggi una persona che (spesso con molte fatiche) si inserisce nel mondo del lavoro, questo non necessariamente rappresenterà per tutta la vita garanzia, sicurezza e tutela.

In una società come questa i sentimenti di appartenenza e condivisione cedono il posto alla competitività e all’individualismo.

Spesso mi chiedono in che modo la psicoterapia “curi”. Riprendendo la metafora del ragno e della ragnatela, la psicoterapia è costruzione di una relazione, ovvero è la ragnatela che il paziente e il terapeuta co-creano: è uno spazio sicuro in cui il paziente può sperimentare anche capacità che non pensava di avere. Capacità che poi può utilizzare anche al di fuori del setting terapeutico, per sentirsi più sicuro, per costruire relazioni e per costruirsi uno spazio nel mondo dove sentire la vicinanza con gli altri e dove sentirsi gratificato, e trovare ciò di cui ha bisogno.

Spesso le problematiche ansiose sono collegate ad un senso di solitudine.

Definisco meglio cosa intendo per “solitudine”: possono soffrirne anche persone con rapporti sociali, una vita di relazione, ma che hanno avuto un background familiare in cui le capacità di ascolto, comprensione ed empatia, ovvero tutte quelle esperienze che creano nella persona un vissuto profondo di relazioni valide e affidabili, non sono state adeguate, per cui questa persona si porta dietro tale vissuto di solitudine e questo vissuto farà parte di questa persona a tal punto che avrà difficoltà nel costruire relazioni “nutrienti”.

Il senso di solitudine non si risolve soltanto stando “vicini”, si può stare vicini, senza conoscersi, si può stare in mezzo a tante persone, ma questo non significa necessariamente che ci sia vicinanza psicologica.

La psicoterapia funziona per il fatto stesso che il paziente e il terapeuta co-costruiscono una relazione stabile e sicura: il rapporto tra terapeuta e paziente è innanzitutto umano, vero, dove in uno spazio sicuro il paziente possa sperimentare esperienze, capacità e competenze e aggiornare l’idea che ha di sé, che forse non è più attuale, né utile.

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